lunedì 2 Agosto 2021

SanPa: oltre le “catene” del giudizio
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Contro la cultura e la logica che ispirò la legge Jervolino-Vassalli, a partire dall’esperienza della comunità di San Patrignano, io in quegli anni stavo dall’altra parte della barricata. Per questo il mio approccio su San Patrignano è sempre stato piuttosto prevenuto. E cosi lo è stato verso la docuserie Sanpa.  Perciò, prima della visione, ho voluto ascoltare i pareri di amici e colleghi che l’avevano già vista e leggere il dibattito che ha suscitato. Ne ho apprezzato l’equilibrio che gli autori e la regista hanno tenuto nel racconto di quella esperienza così complessa e articolata, nel cercare di rappresentare i diversi punti di vista che c’erano e che, molto probabilmente, ancora permangono. Una ricostruzione storica ricca di materiale documentale, che restituisce anche innegabili meriti sociali ed umani a San Patrignano e che ha parzialmente stimolato un dibattito su un tema comunque problematico.

Intervistato nella serie, Luciano Nigro, in quegli anni giornalista dell’Unità, sostiene che il suo sforzo fu quello di trovare un punto mediano di osservazione di ciò che stava accadendo, cercando di risolvere la contraddizione del tutto male/tutto bene a San Patrignano. Ricordo bene quanto la lettura dei suoi articoli fosse sempre molto utile e profonda, tuttavia non facile. Era molto chiaro in quegli anni che la questione assunse una connotazione ideologica e spesso acritica per chi, a vario titolo, si schierò a sostegno di Vincenzo Muccioli e del progetto che stava portando avanti. Ne sono prova le diverse testimonianze raccolte nella serie: Muccioli era diventato, anche grazie ai media compiacenti, il salvatore di uno Stato incapace di rispondere ad un’emergenza sociale che coinvolgeva decine di migliaia di giovani. Per questo prima i metodi coercitivi e violenti, poi la loro immediata conseguenza anche nei fatti luttuosi venivano giustificati come “male minore”, di fronte alla eventualità di perdere migliaia di vite a causa della tossicodipendenza. All’indomani della condanna in primo grado per l’omicidio Roberto Maranzano, nella serie, si racconta in modo chiaro ciò che si verificò nel Paese reale e di come Muccioli avesse perso nelle aule di giustizia, ma vinto a mani basse nell’opinione pubblica del Paese.

Il filosofo e scrittore Fabio Cantelli, anche lui protagonista con la sua testimonianza di ex ospite della comunità riminese, nelle battute finali sottolinea un elemento molto importante che mi trova d’accordo. Dice Cantelli che sarebbe bastato riconoscere gli errori commessi nella gestione della Comunità e probabilmente la storia e l’atteggiamento dell’opinione pubblica sarebbe cambiato.

Il problema vero è che, ora come allora, anche nella cura delle dipendenze
il fine non può mai giustificare i mezzi, come ha giustamente ricordato di recente Riccardo De Facci l’attuale presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA).

Perché purtroppo il dibattito di quegli anni si incamminò su questi binari e produsse su richiesta anche di Muccioli che ne divenne il padre putativo, la legge proibizionista Jervolino-Vassalli che parificando le droghe leggere a quelle pesanti ingrossò innanzitutto le carceri e meno le comunità di recupero e creò un clima culturale oppressivo verso i giovani e i comportamenti devianti che ancora permea vasti settori dell’opinione pubblica.  Colpire le persone per i loro comportamenti anziché essere vicino a loro e alle loro famiglie – anteponendo un’azione educativa, di ascolto, di vicinanza e di cura complessiva – è stata una scorciatoia che non ha raggiunto saldi risultati.

Altri approcci erano invece possibili, come negli anni è stato dimostrato in modo inequivocabile dalla moltitudine di comunità e servizi di vario tipo, non solo del CNCA di Don Luigi Ciotti e Don Vinicio Albanesi. Tutti quegli spazi cioè che non hanno mai usato la violenza, fisica e psicologica, per sostenere le persone con problemi di dipendenza e accompagnarle con successo al cambiamento e al reinserimento nella società: 500 comunità e strutture di accoglienza sparse nel Paese e circa 200mila le persone prese in carico dai servizi territoriali pubblici e del terzo settore. Fuori dai riflettori, lontano dalla scena mediatica dagli appoggi politici e culturali che “contavano”, e dai sostegni economici più o meno trasparenti e più o meno pubblici. Una rete che poteva contare sul supporto delle istituzioni, mentre un vasto schieramento di forze politiche, sociali e culturali si opponevano e contestavano l’approccio repressivo della legge Jervolino-Vassalli, ispirato anche dal fondatore di San Patrignano.

La battaglia fu anche culturale: rifiutare il condizionamento violento delle persone e il carcere come mezzo prioritario di induzione al cambiamento nei giovani coinvolti. La droga come mostro che giustificava tutto e qualsiasi azione, anche violenta e repressiva, per fermare la sua diffusione, ghettizzando i giovani che ne facevano uso, così come una malattia “nuova” come l’AIDS, considerata solo come “un effetto collaterale” della tossicodipendenza. Una battaglia che fu persa purtroppo. Solo nei decenni seguenti i fatti, le prassi, i numeri e i diversi protocolli medici e approcci al tema, oltre a nuove leggi più giuste, hanno modificato il clima nel Paese.

Quello che servirebbe ora, cogliendo come spunto quello fornito da SANPA, è promuovere un dibattito serio sulla “questione droghe”, sull’umanità varia che ne è tutt’ora coinvolta e farlo oltre le “catene” del pregiudizio o giudizio individuale. Si può e si devono raccontare altre centinaia di storie sulle risposte possibili che, in giro per la penisola, tante organizzazioni del terzo settore ed enti pubblici hanno dato e stanno continuando a dare sul fronte “dipendenze”, da sostanze, da gioco d’azzardo patologico, ai disturbi relazionali. Si scoprirebbero dati interessanti e differenti da quelli di 40 anni fa. L’aumento dei problemi legati al gioco d’azzardo patologico, l’aumento della dipendenza da cocaina iniettata, inalata o fumata, per citarne un paio. Come sia diventata fondamentale l’integrazione tra servizi sociali e sanitari sul territorio assieme ai vari strumenti di risposta ai bisogni dei soggetti coinvolti, per gestire una complessità e diffusione capillare del problema: gli sportelli e servizi di accoglienza, mediazione, trattamento, i drop-in e i centri diurni, le strutture residenziali, i Ser.D. Una ricchezza di risposte possibili anche a problemi nuovi che ai tempi di Sanpa non c’era, non era così evoluta e diffusa.

Un dibattito su elementi di conoscenza del Paese reale, che potrebbe consentire alla politica di fare sintesi e motivare meno ideologicamente che in passato le scelte e le risorse necessarie, oppure quella sulla legalizzazione delle droghe leggere. Una scelta che da anni è sul tavolo e nelle aule parlamentari, ma che risente ancora troppo di quella offensiva culturale “proibizionista” scatenatasi negli anni di San Patrignano, e che potrebbe invece aiutare il Paese a fare un salto di qualità nell’affrontare un tema così complesso.

 

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2 COMMENTI

  1. ciao a tutti e buon lavoro.
    Aspetto le decisioni del parlamento. nera come non mai per la crisi, nera con Renzi che nemmeno fa parlare le ministre, e nera col PD che ha silenziato le critiche precedenti e ora perà dichiara “mai più con..”
    ad alta voce .
    Sarà possibile conservare una comunità politica con obiettivi comuni?
    Una organizzazione politica ben connessa?
    Auguri a tutti, Anna maria Zambelli.
    W la scuola , in presenza

  2. Credo che il Partito Democratico debba farsi carico di più di questo tema, che manca drammaticamente nel dibattito pubblico di questo Paese.

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