mercoledì 27 Ottobre 2021

1 Maggio 2021, tempo di bilanci: lo smart working penalizza le donne?

Il 1 maggio 2021 é più che mai un tempo di bilanci. Almeno 1 milione di persone ha perso il lavoro in questo anno di pandemia: soprattutto giovani e soprattutto donne. Si sono accentuate così quelle diseguaglianze, di genere, di generazioni, territoriali, che hanno determinato nel tempo il declino del paese. Prima del Covid.

In questo anno però il lavoro é anche molto cambiato. Le piattaforme digitali sono state la scelta obbligata per mantenere la continuità produttiva in molti settori. Il cambiamento non sarà transitorio e trascinerà con sè il cambiamento dell’organizzazione sociale. Positivo o negativo a seconda delle politiche con cui sarà accompagnato.

Mettiamola così. Dato per scontato che ciò che viene indagato è più simile al telelavoro piuttosto che al lavoro Smart, in ogni caso, a leggere tutti i diversi studi sul gradimento del lavoro da remoto, un dato li accomuna. Un gradimento importante, ma sempre maggiore da parte degli uomini piuttosto che delle donne. Lo riconferma la recentissima ricerca di Unitelma Sapienza a cura della professoressa Azzurra Rinaldi e della dottoressa Nicoletta Maria Capodici. Le ragioni sono presto dette.

Soprattutto durante il lockdown con lo Smart working è aumentato per le donne non solo il carico di lavoro ma anche la fatica e lo stress per la somma in contemporanea di più lavori: da quello al computer, alla DAD, alla cura della casa, alla cura dei figli. E la compresenza nello stesso luogo dei due genitori o dei 2 coniugi o dei 2 patners non ha, se non minimamente, redistribuito il carico del lavoro di cura, per il 74 % sulle spalle delle donne. Prima e dopo il Covid. In case prive spesso degli spazi sufficienti o degli strumenti tecnologici adeguati o della potenza della rete necessaria. O di tutte queste cose.

Non è stata però la modalità dello Smart working a creare gli stereotipi nella divisione dei ruoli: alle donne la cura, quindi il lavoro di riproduzione sociale, e agli uomini il lavoro produttivo fuori casa. Fa molto riflettere che non sia cambiata la sostanza anche quando sono cambiate le condizioni. A dimostrazione di quanto quegli stereotipi siano radicati e del loro peso nella organizzazione familiare, sociale e produttiva. E di quanto penalizzino la crescita del paese perché limitano l’occupazione delle donne che ha e avrebbe uno straordinario effetto moltiplicatore.

Gli stereotipi possono essere aggrediti a scuola, con l’educazione al rispetto. Le politiche pubbliche però hanno una responsabilità decisiva nel loro superamento. Lo possono innescare o al contrario possono consolidare gli stereotipi: promuovere lo stesso tempo di congedo obbligatorio per i neogenitori è una delle leve più adeguate per combatterli.
D’altra parte è improprio che le leggi individuino lo Smart working come strumento funzionale alla necessità della conciliazione tra lavoro e cura e non come una modalità nuova di lavoro svolto in autonomia, senza la necessità della presenza in un luogo fisso e di un tempo certo, con alle spalle un diverso processo organizzativo e una diversa cultura manageriale. Nell’accezione discutibile di strumento di conciliazione con il lavoro di cura, viene invece suggerita, anche dalle leggi, l’equazione Smart working – occupazione femminile. Per esempio nella legge 81/2017 si prevede il diritto allo Smart working per le madri di bambini fini a 3 anni, ma non per i padri. Anche nel Family act lo Smart working è definito come misura per aiutare l’occupazione femminile. Altro errore da correggere.

Alla legge e alla contrattazione collettiva spetta il compito primario di definire il lavoro agile come lavoro in autonomia, con pari diritti e doveri del lavoro in presenza: così non è, per esempio, quando il bonus baby sitter viene negato a chi lavora da remoto. Per le donne il lavoro produttivo ha rappresentato nel tempo, e rappresenta ancora oggi, emancipazione, autonomia e libertà. Condizioni necessarie anche per sottrarsi alla subalternità e alla violenza maschile.

Non è ancora arrivato il tempo della libera scelta di maternità, come dicono i dati dell’Ispettorato del Lavoro pre-Covid sulle dimissioni delle lavoratrici madri, indotte dall’assenza di servizi accessibili e dalla rigidità della organizzazione del lavoro delle imprese e delle città. Dati ulterioriormente confermati e aggravati nella pandemia.

Non solo dal punto di vista materiale, ma anche dal punto di vista simbolico, l’home working è vissuto dalle donne come il rischio di un passo indietro. Ma il lavoro agile non è home working. Non è necessario svolgerlo da casa. I coworking, o i nearworking che Milano sta sperimentando, sono una risposta al rischio di isolamento e offrono soluzioni tecnologiche ottimali. Certo bisognerebbe investirci con politiche urbanistiche appropriate. Ne è necessario lo Smart working continuativo, tutti i giorni, di tutte le settimane, di tutti i mesi.

Il lavoro da remoto al contrario potrebbe avere un impatto positivo sul riconoscimento professionale delle donne e sulle loro retribuzioni. Perché con lo Smart working è irrilevante la permanenza in ufficio oltre l’orario piuttosto che la disponibilità agli spostamenti da sede a sede, da città a città . Su questo si sono costruite carriere professionali degli uomini e differenze salariali tra donne e uomini: attraverso quei premi di produttività aziendali legati alla presenza, quelle erogazioni unilaterali ispirate dalle disponibilità agli straordinari, quelle aspettative non retribuite , prese dalle donne, per accudire figli e genitori. Fino al 2015, perfino l’assenza obbligatoria di maternità non era computata ai fini del premio di rendimento.

Come sempre e più di sempre dunque i cambiamenti vanno governati, orientati e letti. Meglio per tutti se con gli occhi delle donne. Vanno letti dalla politica e con una visione. Perché il cambiamento del lavoro è un tema politico e il lavoro contiene una forza trasformativa straordinaria.

Buon 1 maggio!

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