giovedì 24 Settembre 2020

Come garantire la sicurezza dei cooperanti? Parliamo di questo e archiviamo il veleno
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Silvia Romano è tornata, e questa è una notizia che riempie di gioia. Se vogliamo uscire dalla polemica spicciola, dalla discussione pretestuosa, dalla curiosità pruriginosa su come sta questa ragazza provata da 18 mesi in condizioni di cattività inimmaginabili, c’è una questione che non possiamo ignorare. E’ anche il modo migliore per rispondere nella sostanza a chi preferisce ridurre il ritorno di Silvia all’ennesimo occasione per spargere un altro po’ di odio online. La questione non rinviabile riguarda come si garantisce la sicurezza di chi fa ricerca, chi fa volontariato o lavora come cooperante in paesi a rischio.

I ragazzi di oggi sono nati con la giusta idea che il loro destino non può limitarsi ai confini nazionali e sono quindi portati a fare esperienze fuori dal proprio paese. Esperienze che vanno incoraggiate e promosse. Non possiamo però fare finta che sia tutto semplice. Il mondo non è più quello di trent’anni fa, in cui bastava la buona volontà, nel quale un passaporto occidentale costituiva un lasciapassare che immunizzava dalla mano pesante della polizia e nel quale non esistevano i gruppi terroristici che usano gli ostaggi per farsi pubblicità e finanziarsi. I rischi ci sono e sarebbe una leggerezza imperdonabile non affrontare i nodi che pongono le possibilità di studio, volontariato e lavoro all’estero e le condizioni di sicurezza.

In Italia esiste una vocazione forte alla cooperazione. Per la legge 125 del 2014 la cooperazione allo sviluppo è uno degli elementi qualificanti della nostra politica estera. In Italia ci sono alcune delle realtà non governative migliori al mondo, che portano competenze e risorse vere in teatri difficili, con risultati misurabili. Accanto a queste esiste tutta un’altra categoria di italiani che scelgono di impegnarsi in paesi a rischio, spesso come giornalisti freelance, come volontari di piccole associazioni poco strutturate o come ricercatori universitari. Non ricevono formazione sulla sicurezza, non sono tutelati, sono lasciati a sé stessi. Spesso non sono al corrente dei rischi che corrono, e del fatto che la buona volontà, senza grandi competenze e senza una struttura esperta alle spalle, rischia di lasciare in ogni caso solo un impatto davvero minimo.

Quello di cooperante è un lavoro, che richiede formazione specifica, professionalità, una organizzazione strutturata che garantisca condizioni di sicurezza. Così come il lavoro di ricercatore, o quello di giornalista, se esercitati in contesti a rischio. Per questo si devono avanzare alcune proposte operative per affrontare alla radice la questione della sicurezza di chi va per lavorare o per motivi di studio in Africa, nel Medio Oriente, in Asia e in America Latina. Più investimenti in formazione prima di partire; più responsabilità da parte di chi invia ragazzi in contesti a rischio. Paradossalmente, le ONG che inviano dipendenti ne sono responsabili come datori di lavoro, mentre le università che hanno studenti che fanno le tesi in paesi in via di sviluppo, le associazioni presso sui si appoggiano volontari a vario titolo, i giornali che pubblicano articoli dei freelance non lo sono. Ma devono diventarlo. Infine, per le ONG e le associazioni presenti nei paesi a rischio devono avere protocolli specifici che non possono più essere lasciati alla buona volontà delle organizzazioni, come è oggi, con il risultato che le realtà più strutturate operano in modo sicuro mentre le organizzazioni più piccole e spontaneiste, come nel caso di Silvia Romano, no.

Mi piacerebbe vedere questa discussione più che quel fiume di veleno e di banalità. La sicurezza è una cosa seria, avvertivano le ONG nel 2015 in una discussione con il ministro degli Esteri. E’ tempo che la questione sia affrontata in modo compiuto e siano prese decisioni istituzionali.

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