sabato 26 Settembre 2020

Città e intelligenza delle connessioni
C

Tratto da Covid and the City. Le città che saremoserie POST sulle città dopo il coronavirus. Domande, appunti, proposte concrete.

Saremo capaci di trasformare una crisi globale in un’occasione di ripensamento delle nostre città e delle nostre vite? Riusciremo ad approfittare di questo stand-by collettivo per cambiare il lavoro, la scuola, il welfare, il nostro modo di organizzarci e di muoverci?


Nelle metropoli, in quanto sistemi ad alto tasso di biodiversità – culturale, economica e sociale – è più facile che si sperimenti quella che amiamo definire l’intelligenza delle connessioni: quella creatività che si nutre del surplus, dell’eccedenza di stimoli e proposte, della varietà di merci, cose, persone e idee in circolazione, ossia di quell’alto grado di disordine, di entropia proprio dei sistemi urbani.Quella capacità di cogliere nessi e correlazioni inedite. Grazie ad una tavolozza più ricca di possibilità, le capacità creative e di innovazione trovano un terreno più fertile, la libertà di poter sperimentare strade nuove senza pregiudizi e preconcetti: la libertà di pensare l’impossibile, o l’improbabile. Nel mio libro Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo, (Giunti, 2019) ho provato a raccogliere una rassegna di casi che indicano modelli di sostenibilità accessibili.Alcuni progetti rovesciano il senso comune offrendo inediti spaccati di pensiero e di azione. Qualche esempio: le piazze di Rotterdam, concepite per allagarsi quando piove diventano un parco gioco per bambini e, al contempo, un grande bacino di raccolta per l’irrigazione urbana; il termovalorizzatore di Copenaghen, progettato come luogo di svago e tempo libero, è anche pista da sci, parete d’arrampicata e ristorante. Sono progetti che hanno l’ambizione di individuare la soluzione nel problema, e che non si accontentano di dare risposte semplici a problemi complessi. Progetti a cui non basta, in un mondo che voglia essere sostenibile, di essere una cosa sola; una piazza non può più essere solo una piazza, un ospedale non può più essere solo un ospedale. E così via. Oggi – nella crisi sanitaria – è questa stessa intelligenza delle connessioni che può salvarci, se riesce a diventare modo di pensare collettivo. Ha fatto il giro del mondo il caso dell’ospedale bresciano che di fronte alla carenza di respiratori, si è affidato all’intuizione di Isinnova, laboratorio creativo che ha trasformato una maschera da snorkeling in un respiratore di emergenza. L’idea è di un ex primario dell’Ospedale di Gardone Valtrompia, che tramite un collega dell’Ospedale di Chiari, viene a scoprire che da loro l’azienda è già attiva con la stampa 3D di valvole e tubi per respiratori.Alla soluzione si arriva attraverso una serie di connessioni rapidissime: dal primo scambio di informazioni tra colleghi al contatto con Decathlon (che regala 10mila maschere), alla sperimentazione in ospedale, alla divulgazione del format senza alcun brevetto, passano pochissimi giorni.

Oggi la catastrofe sta accelerando questi processi e può trasformare il nostro modo di progettare

È proprio durante le crisi o le catastrofi che, venendo meno tante certezze, le persone si spingono più facilmente fuori dalle consuetudini, osando quello che non avevano mai pensato di fare. Sarebbe mai potuto venire in mente a qualcuno, in tempi sereni, di proporre una maschera da sub al posto di un apparecchio medicali? Ovviamente no. È lo stato di necessità che ha consentito di mettere in relazione intelligenze e ambienti che altrimenti non si sarebbero mai incontrati, rimediando alle mancanze della burocrazia, della politica, del mercato.Il modello d’azione che si produce è una rottura logica, il cui esito è l’adattamento al sistema che è cambiato.Purtroppo in questi giorni abbiamo visto tante volte come i tempi della burocrazia e della politica siano il vero nemico della creatività che nasce dal basso; come i protocolli, le procedure, le validazioni standardizzate siano un impedimento all’innovazione. Così è stato, ad esempio, nella produzione di mascherine e di altri dispositivi di protezione, pur necessari e urgenti. Ogni dicotomia, infatti, impedisce l’innovazione per ridurre a soluzioni precostituite il campo del possibile, senza vagliare alternative e ipotesi non prevedibili.Per questo, potremmo dire che è necessario passare da ragionamenti fondati sull’o…o…, a ragionamenti fondati su e…e…. provando a cogliere nessi nuovi tra temi che di solito vengono considerati antagonisti.

Un’agenda per i prossimi mesi

E grandi ospedali e piccoli presidi sul territorio. Tutti gli accorpamenti di presidi sanitari, ispirati al risparmio e al disinvestimento economico, sono stati concepiti per investire risorse solo su pochi e grandi ospedali, riducendo le piccole unità sul territorio e impoverendo di presidi locali vaste aree interne. Oggi capiamo che la gestione della pandemia avrebbe richiesto grandi ospedali e piccoli presidi territoriali capacità di intervento diffuso a domicilio. Abbiamo compreso come la salute pubblica sia legata ad un’efficiente regia che tenga insieme un sistema di intervento a più scale e a più livelli, con operatori diversi, ciascuno formato a rispondere solo del proprio circuito. Questo prevedono, d’altro canto, tutti i piani di intervento legati alle grandi emergenze: è la regia, dunque, intesa come connessione tra i poli della rete, a determinare o meno il successo dell’intervento su ampia scala. Si sarebbe così evitato il precoce collasso del sistema ospedaliero per grandi poli, sovraccaricato dalle necessità, divenuto esso stesso focolaio di trasmissione. Abbiamo capito con immense perdite umane quanta importanza abbia una razionale ed efficiente organizzazione territoriale dei servizi: i presidi medici, che abbiamo in questi anni smantellato con colpevole tenacia, si sono rivelati l’anello più debole del contagio italiano. Abbiamo, infine, riscoperto quale valore abbia l’igiene ambientale come disciplina che organizza i luoghi e i flussi delle persone nello spazio.

E grande distribuzione e negozi di prossimità. Dovremo ripensare alla relazione tra grande e piccola distribuzione, uscendo dall’odiosa retorica che fa preferire il piccolo al grande. O che racconta sempre del grande che si mangia il piccolo. Negli anni passati siamo stati abituati a vedere contrapposte le voci di chi sosteneva le ragioni dei grandi centri commerciali (e non coglieva il danno arrecato ai centri storici, ai piccoli comuni, deprivati dei negozi di prossimità) alle voci di chi difendeva più nostalgicamente mercati e piccole botteghe di quartiere (ma non coglieva il cambiamento epocale nei consumi cui hanno risposto i grandi supermercati). Oggi dovremo capire in quale modo avviarci verso un sistema ibrido, meno polarizzato, con nuove forme di cooperazione tra grande e piccola scala.

E smart working e lavoro in ufficio. Dovremo ripensare in forme più ragionevoli e mature al lavoro da casa (in alcuni giorni della settimana), alla scuola a distanza, alla riduzione di tanti viaggi e riunioni inutili. Dovremo capire che farcene, dopo, di queste piattaforme di videoconferenza che se per un verso ci offrono grandi potenzialità d’uso, dall’altro dimostrano anche, in modo evidente, l’indispensabilità della nostra presenza fisica nei luoghi di lavoro.Anche in questo caso dovremo immaginare dei sistemi misti, valutando nel merito quali attività ciascuno potrà svolgere in autonomia e quali richiederanno condivisione e prossimità. Negli ultimi anni, il design degli uffici ha sposato con troppo entusiasmo l’organizzazione fluida e aperta degli spazi, arrivando a sacrificare l’idea della scrivania personale per puntare su grandi open space dove tutto è a vista e tutto è in comune. Sono stati eliminati gli uffici compartimentati a favore di sale riunioni a vetri, con separazione acustica ma non visiva. Ovviamente non sarà questa l’organizzazione spaziale più adatta per gestire il dopo-virus, ma non è questo il punto, perché prima o poi arriverà il vaccino.Ci piace piuttosto pensare oggi al virus come ad un occasione di ripensamento progettuale, tornando a qualche margine di separazione in più, per attribuire più valore alla privacy del lavoro e consentire a singoli o a piccoli gruppi di ritrovare una maggiore concentrazione, quando necessaria nell’arco della giornata.

E economia e ambiente. Dovremo leggere con attenzione lo stretto legame tra quarantena delle città e riduzione dell’inquinamento, tra riduzione dei consumi di petrolio e aumento di quelli energetici. Fabbisogno energetico, mobilità elettrica, ciclo dei rifiuti restano questioni che dovremo affrontare in modo integrato. In queste settimane ci siamo stupiti spesso delle voci della natura in città, del ritorno degli animali, dell’acqua limpida e dei pesci a Venezia, dei fagiani nei parchi di Milano, delle cicogne, della qualità dell’aria nella Pianura Padana. L’inquinamento è calato in assenza di decisioni politiche, di provvedimenti che per anni i cittadini hanno chiesto senza esito. C’è stata un’inevitabile contrazione nella produzione dei rifiuti (soprattutto a causa della chiusura del comparto industriale) e si è pressoché azzerato l’inquinamento acustico, costante in Lombardia. Come faremo i conti con questa natura? Torneremo a vivere e inquinare esattamente come prima?


Elena Granata è Professore Associato di Urbanistica al Politecnico di Milano, vicepresidente della Scuola di Economia Civile

Fiore de Lettera è giornalista ed editore, esperto di branding culturale, fondatore di Planetb.it, agenzia di ricerca su ambiente e comunicazione civile.

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