domenica 27 Settembre 2020

Se vogliamo davvero “promuovere la speranza”, nessuno deve rimanere escluso
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Pubblichiamo la risposta di Rita Visini, responsabile Volontariato e politiche per la disabilità nella segreteria nazionale del Partito Democratico, all’articolo pubblicato qualche giorno fa su Immagina di Daniela Vanillo: “Esclusi nell’inclusione. Una storia di autismo tra quarantena e fase due“.


Signora Vanillo, ho letto ciò che ha scritto su ‘Immagina’ e per me risponderle non é solo un dovere, ma lo scopo del ruolo che ricopro come responsabile della segreteria nazionale del Partito Democratico per il settore volontariato e politiche per la disabilità. Scrivo a Lei che si autodefinisce “mamma in autismo”, ma il mio scritto é naturalmente rivolto ai tanti, troppi genitori di ragazzi e bambini con esigenze particolari.

È vero, i disabili con le loro famiglie sono stati coloro che in questi mesi di chiusura totale dovuta alla pandemia ancora in corso hanno subito più di chiunque altro l’isolamento senza che per loro si pensassero azioni specifiche, affinché il blocco totale non generasse per molti di loro, soprattutto bambini, ragazzi e adolescenti, una regressione psico fisica a fronte dei progressi che invece li avevano visti protagonisti durante anni di lavoro intenso.

La sua richiesta di aiuto, ascolto, attenzione non è isolata. In questi giorni abbiamo incontrato molte famiglie con disabili giovani e anziani e sono diversi i comitati e le associazioni che stiamo ascoltando in queste settimane e che chiedono aiuto nel dar voce ai loro bisogni che non sono solo di tipo assistenziale. Ci rendiamo conto dei bisogni integrati ai moltissimi aspetti che riguardano la vita quotidiana di fronte ai quali si attende una risposta altrettanto integrata che assicuri una adeguata dignità di vita a ogni singola persona. Insomma non vi abbiamo dimenticato, ma mi rendo conto che la strada da intraprendere é in salita.

È altrettanto vero che, sebbene in questa fase di rilancio sia stato integrato in maniera cospicua il fondo per la non autosufficienza, sarebbe comunque opportuno pensare ad azioni precise finalizzate a ristorare il peso delle fragilità dei disabili e delle loro famiglie affinché possano considerarsi parte di una comunità viva e produttiva che non dimentica nessuno nell’emergenza, così come ci ricorda l’art. 3 della Costituzione.

Il mio segno di vicinanza dunque alle numerose famiglie con disabili e ai caregiver familiari, che in silenzio e con grande dignità, dedizione e rinunce in questi due lunghissimi mesi hanno sostenuto e continuano a sostenere il nostro sistema socioassistenziale prendendosi cura dei propri familiari malati o disabili. Anche a loro è doveroso far sentire che lo Stato gli è accanto in questo periodo complesso e pesante per tutti.

Sicuramente questa terribile pandemia ha colto il Paese impreparato rispetto alle molteplici esigenze più o meno vitali di tutti i cittadini nel momento in cui si decideva di chiudere ogni tipo di contatto umano, se non quello più strettamente familiare o comunque di ordinaria convivenza, in tutte quelle attività fatte di relazioni e di incontri interpersonali.

Naturalmente la priorità dell’azione di Governo è stata quella di mettere in sicurezza fin da subito la vita e la salute di tutti.

Oggi però siamo in ripresa e sebbene non siamo ancora fuori dal contagio pandemico, il Partito democratico, come partito di coalizione nella maggioranza del Governo, sta cercando di declinare in modo più aderente possibile le esigenze dichiarate, a partire dal lavoro certosino e competente che i parlamentari si accingono a fare in queste ore durante l’iter di conversione in legge del Decreto Rilancio.

Certamente l’impegno deve andare oltre: è questo il momento per ripensare ad un sistema sociosanitario strutturale, oltre alla necessità ormai indifferibile di colmare le enormi differenze tra le prestazioni previste dai sistemi socioassistenziali delle singole Regioni, definendo i c.d. livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEPS). Le singole Regioni dovrebbero considerare i rispettivi interventi di pianificazione dei Servizi sociali e sociosanitari come un “prendersi cura” di ogni singola persona, perché ciò costituisce “un bene comune” il cui tema principale è caratterizzato dalla “relazione”.

In termini generali, la relazione si nutre, si ossigena di vicinanza, di prossimità. Ma in questi mesi di pandemia abbiamo visto come lo strumento principale del prendersi cura si sia permeato di un senso di paura e di rischio. Sono stati chiusi i servizi, sono aumentate le situazioni di fragilità, le famiglie con bambini piccoli, con figli disabili e gli anziani corrono il rischio di non riuscire a ripartire e tutto ciò è immerso in un brodo di continua emergenza dove il nemico non è solo il virus ma anche la solitudine. Bene quindi tutte le iniziative di trasferimenti economici a favore delle famiglie, ma dobbiamo prestare la massima attenzione affinché questi trasferimenti non sostituiscano la “presa in carico” e l’attivazione di servizi.

La presa in carico allora è il primo passaggio importante per avviare ogni relazione rispondente al bisogno di salute di ogni singola persona e può concretizzarsi con la costituzione dei PUA (Punti Unici di Accesso) in ogni Distretto sociosanitario, un luogo certo, sicuro dove avviene l’accoglienza e l’ascolto, la raccolta della segnalazione, l’orientamento e la gestione della domanda, la prevalutazione dei casi segnalati, la risoluzione diretta dei casi semplici e l’avvio della presa in carico tramite l’attivazione della funzione di valutazione multidimensionale e integrazione con i servizi della rete territoriale. Tutto ciò concorre anche a ridurre ogni tipo di disagio che spesso i cittadini vivono nel rapporto con i servizi.

Potenziare l’assistenza domiciliare integrata: prestazioni sociali, sanitarie e riabilitative (un esempio interessante è rappresentato dal progetto “Home care premium” dell’Inps per i dipendenti pubblici). Questo aspetto è importante anche per alleggerire il carico di molti ricoveri nelle RSA che naturalmente andrebbero ripensate rispetto alla tipologia dei trattamenti.

Creare un budget di salute tra risorse sanitarie e sociali per i servizi integrati.

Potenziamento dei servizi sociali con l’obbiettivo di avvicinare il più possibile il rapporto di 1 assistente sociale ogni 5000 abitanti.

Infine, ma non per ultimo, l’impegno a riprendere l’iter parlamentare della proposta di legge sui caregiver familiari.

È fondamentale dunque che tutto ciò si metta in atto perché finché c’è qualcuno che rimane indietro, che rimane fuori, a rimanere indietro siamo tutti, anche se non ce ne accorgiamo. Se vogliamo davvero “promuovere la speranza”, dobbiamo farlo tutti insieme, nessuno escluso.

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