giovedì 2 Luglio 2020

Se la politica non fa più politica

La Politica, nel corso del tempo, si è dovuta adattare a diversi momenti storici, a strane congiunture che si sono venute a verificare, a cambiamenti di portata epocale. Ecco come in un primo momento nella storia moderna ci si è trovati in una condizione di sostanziale eurocentrismo, incontrastato per secoli, che ha lasciato dopo la Prima Guerra Mondiale spazio al potere statunitense, e dopo il secondo scontro si sono creati i due blocchi delle superpotenze.

Dopo la fine della cortina di ferro, in cui la costruzione di una via alternativa all’appoggio di uno schieramento o di un altro sembrava impossibile, si ebbe un momento di enorme smarrimento politico: con l’Est che si apriva all’Occidente, le nuove tecnologie permisero una diffusione sempre maggiore delle notizie provenienti da ogni angolo del globo, fruibili per tutti nei quotidiani. E la politica non è riuscita a correre alla stessa velocità dello sviluppo tecnologico, arrancando prima, distaccandosi completamente poi, dimostrandosi incapace di reagire, non adattandosi ai cambiamenti.

Nel caso italiano, la giustificazione di una scelta, di un intervento in territorio straniero, di una determinata politica, non si poteva più ricondurre ad una logica dei blocchi, ad un assecondare la politica statunitense per mantenere una stabilità interna ed esterna. Il terremoto politico determinato da Tangentopoli e dalle elezioni del 1994 ha poi determinato un cambio tanto repentino quanto rivoluzionario della scena politica, e si è passati da una politica di convergenza ad una politica di contrapposizione, basata sul mostrarsi diversi da altri. Ma questo non basta. Per chi ama questa materia, il ridursi al distanziarsi dalle altre forze non è sufficiente, e anzi fa disamorare, fa pensare che una semplificazione del pensiero ad una futile dicotomia non serve.

Questa visione bipolare è stata trasmessa anche a chi, come me, fa parte delle nuove generazioni, dei Millennials, di chi alle comunicazioni immediate è abituato perché non ha conosciuto un mondo diverso (o, per lo meno, non aveva ancore le capacità di comprenderlo). Non avendo avuto modo di ricevere alcun tipo di educazione politica diversa, è facile per noi giovani entrare all’interno di una logica dicotomica per cui tutto ciò che fa un personaggio è sbagliato, e tutto quello che fa chi rispecchia il tuo colore politico è giusto, indipendentemente da quello che realmente sono state le motivazioni e spesso le azioni stesse. Ma questo non crea consapevolezza, così come non crea benessere, crea solo odio immotivato all’interno dell’opinione pubblica.

Spesso ci si scorda che non è importante chi dice cosa, ma cosa dice quel qualcuno. Nel giro di pochissimi anni avvenimenti esterni hanno acquisito sempre maggiore peso nel condizionare l’opinione pubblica, nel guidare le sue scelte e nel cambiare le sue abitudini; la politica, d’altro canto, non è più riuscita a giustificare questi cambiamenti, a strutturare un pensiero critico che riuscisse a offrire una visione del mondo e un’idea da cui essere guidati. Questa enorme mancanza, necessaria alla Politica stessa, ha portato alla creazione di movimenti e pensieri populisti e qualunquisti, che possono contare su un’ottima comunicazione e dei messaggi poveri di contenuti, ma impeccabili da un punto di vista di comunicazione.

Ormai si è abbandonata l’idea che la Politica, oltre ad amministrare e guidare le masse, debba anche (e soprattutto) educarle.

Non intendo con ideali schierati in una direzione o nell’altra, ma in senso di comprensione della realtà che ci circonda, che non si può più ascrivere ad un contesto nazionale, ma internazionale: senza un minimo di conoscenza il dibattito si riduce ad uno sterile utilizzo di slogan, solo per andare gli uni contro gli altri, e senza far capire il perché di una determinata scelta a coloro che rappresentano l’elettorato. Se in momenti di difficoltà come questi si parla di ciò che la gente non conosce senza spiegare loro niente, è molto semplice per il populismo avanzare, cavalcare le difficoltà e dire che una determinata scelta è sbagliata usando slogan. Se solo la politica tornasse ad essere Politica, educando, amministrando, gestendo, forse allora questa piaga che sta distruggendo un sistema vincente che difficilmente si è costruito, potrà essere sconfitta. Ma fino a che non si riprenderà l’essenziale funzione pedagogica, sempre più persone parleranno di argomenti complessi per slogan e non per conoscenza e lì, la Politica, morirà. Non nego che i miei vent’anni appena compiuti mi portino a sperare con tutto il cuore che ci sia ancora la possibilità di cambiare le cose, e che per farlo dovremmo tutti tentare di comprendere la realtà che ci circonda, con grande umiltà, insieme.

Allora, la strada da prendere è forse la più aspra e scoscesa, è quella più lunga. Ma forse, è anche l’unica che non ci porterà in mano al più becero populismo e qualunquismo, in mano a chi cambia idea a seconda delle emozioni delle masse. Siamo diversi, mostriamoci tali.

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