giovedì 3 Dicembre 2020

Omotransfobia e misoginia: è il tempo del coraggio e della libertà
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Domenica 28 giugno in tutto il mondo si è celebrato il cinquantesimo anniversario del primo Pride, svoltosi a New York nel 1970, a un anno esatto dai moti di Stonewall: per la prima volta, la comunità LGBT+ scese in strada, con orgoglio, mettendo corpi e presenza politica al servizio di una battaglia di libertà e pari dignità. Da quel momento, è iniziata una lunga marcia, che ancora non si ferma e che, ogni anno, ci ricorda l’importanza di mettere al centro della nostra azione e della nostra proposta politica, ogni giorno, la dignità e l’eguaglianza delle persone.

Nelle stesse ore a Pescara, poco dopo il primo Pride d’Abruzzo, un ragazzo gay è stato aggredito e picchiato ferocemente da sette giovanissimi, mentre passeggiava mano nella mano con il suo compagno: frattura della mascella, intervento chirurgico, dolore e rabbia ma anche il coraggio della denuncia. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di inaccettabili episodi di violenza, che costellano le cronache dall’Italia: pochi giorni fa due ragazzi gay sono stati picchiati con un badile a Roma, e poche settimane prima Federica, una ragazza trans napoletana, è stata ridotta in fin di vita sulla porta della sua casa. Qual è la colpa di queste ragazze e di questi ragazzi? Essere se stessi, con coraggio e libertà; amarsi, proprio come si amano le nostre figlie e i nostri figli eterosessuali, che però possono farlo senza timore di essere aggrediti per questo.

C’è un filo rosso che lega la violenza di matrice omotransfobica alla violenza di genere, ai tanti episodi di odio e sopraffazione che colpiscono le donne che si ribellano agli stereotipi e alla cultura patriarcale e scelgono di essere libere. Ciò che accomuna questi fenomeni è la difficoltà di accettare la libertà altrui, la paura delle differenze, vissute come un pericolo, anziché come una fonte di arricchimento. Una radice culturale profonda, strumentalizzata fino all’estremo dalle destre populiste e sovraniste, che costruiscono l’altro come nemico di cui avere paura e per questo spingono i settori più fragili della società a rifugiarsi in identità soffocanti e chiuse al dialogo. Una radice che va estirpata con gli strumenti della democrazia, della formazione e anche con una chiara presa di posizione da parte della politica.

Per questo, dobbiamo cogliere con coraggio l’occasione offerta dalle proposte di legge in discussione alla Camera. Proprio oggi, il relatore Zan depositerà il testo unificato, che è il frutto di una discussione lunga e approfondita tra le forze della maggioranza. Un testo completo, che estende la disciplina dei crimini d’odio fondati su etnia, nazionalità e religione a quelli fondati su genere, orientamento sessuale e identità di genere; e che si occupa anche di sostenere il contrasto alle discriminazioni e alla violenza con azioni di carattere culturale e di concreto supporto alle vittime. Una legge contro misoginia e omotransfobia; ma soprattutto, una legge per la dignità delle persone, per costruire concretamente l’uguaglianza e allargare i confini della cittadinanza democratica. Nulla di più lontano dalle polemiche strumentali e dalle surreali fake news in circolazione, come quella di ieri sulla promozione della pedofilia, che sfruttano la buona fede delle persone – magari dei genitori – impedendo un dibattito equilibrato e su dati reali. Un caso, quello di ieri, davvero esemplare di come si muovono i nostri avversari: un emendamento presentato sei anni fa dal senatore Giovanardi a fini ostruzionistici e provocatori è stato associato strumentalmente alla legge in discussione oggi, alla Camera. Un falso grossolano – Giovanardi non è nemmeno più senatore! – che però è diventato virale e ha destato preoccupazione. Ciò dimostra che ci sono forze oscurantiste e retrograde che temono questa legge, che potrà fare molto anche per arginare dolorosi fenomeni di bullismo ai danni di giovani e giovanissimi; e che temono, soprattutto, una possibile alleanza con le famiglie italiane, per promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione, anche nelle scuole.

Tutto questo non fa che confermare il nostro impegno per approvare al più presto questa legge.

Il sostegno del Partito democratico è stato espresso ai massimi livelli da Nicola Zingaretti, che su questo tema si esprime con fermezza da sempre, rispecchiando un sentimento molto diffuso nella nostra comunità politica. Nel PD è chiaro che diritti civili e diritti sociali non sono in contrapposizione tra loro, ma sono piuttosto le risposte necessarie da dare alle necessità delle persone, nella ricchezza delle loro scelte ed esperienze di vita.

Non possiamo farci cogliere impreparati: è il momento della responsabilità e del coraggio. Dobbiamo avere coraggio per dare coraggio alle donne e alle persone LGBT+ vittime di discriminazione e violenza. Ma soprattutto, per dare coraggio a quella parte di paese che non vuole rassegnarsi ad assistere alla crescita dell’odio, della disuguaglianza, della paura delle differenze. Pochi giorni fa, a Bergamo, il Presidente della Repubblica ha parlato di una “maggioranza silenziosa” che pratica, ogni giorno, responsabilità e solidarietà al servizio degli altri. Ecco, anche a loro dobbiamo mostrare, approvando al più presto la legge Zan, che l’Italia non rinuncia ad essere un paese civile, in cui tutte le persone sono riconosciute e protette. Un paese in cui discriminazioni, odio e violenza vengono contrastati con gli strumenti della democrazia e della cultura, e vengono puniti con la giusta severità.


Monica Cirinnà è senatrice, responsabile del dipartimento Diritti del Partito Democratico

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