domenica 29 Novembre 2020

Se il problema non è il digitale
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L’Italia ha un problema gravissimo con il digitale, e questa è cosa ormai stranota. Da qualche anno occupiamo stabilmente gli ultimi posti Europa, e continuiamo a peggiorare, in particolare stando a quegli indici che misurano le competenze digitali dei cittadini. Sembra una maledizione: nonostante il proliferare di iniziative pubbliche, di fondazioni dedicate, di progetti europei nazionali e regionali, il divario tra l’abbondanza di strumenti e le capacità degli italiani di usarli con profitto nella vita lavorativa o privata continua ad allargarsi.

Eppure, a guardarlo da vicino, l’atteggiamento dei paladini del digitale non manca mai di paternalismo. Lo dico da tecnologo, e forse da paladino io stesso. “Vendiamo” la digitalizzazione in maniera del tutto acritica, come panacea d’ogni male, a un Paese smaliziato e alle prese con una crisi ben più profonda. C’è, in questo atteggiamento, una specie di deresponsabilizzazione rispetto alle urgenze reali, un vaporoso giocare con tecnicismi o con prese di posizione aprioristiche. I cittadini che non “ci cascano” non sono analfabeti digitali da mettere alla berlina o da trattare come minus habentes: sono adulti dai quali dobbiamo anzitutto imparare ad ascoltare. Una professione di umiltà da parte nostra è il primo passo.

Un esempio tra tanti? Le varie modalità di introduzione al coding o al cosiddetto pensiero computazionale nelle scuole nascondono purtroppo un’incapacità di fondo della società italiana di “processare” la modernità in tempo reale. In una perenne rincorsa di tendenze che nascono oltreoceano ma che da noi iniziano a spopolare quando negli States sono già tramontate, si strizza l’occhio all’idea che forse (forse) possiamo salvarci dall’invasione delle macchine se impariamo a scimmiottare il sapere e il linguaggio di quella figura che la fantasia del policymaker nostrano, intriso di luoghi comuni, vede a metà strada tra lo stregone e l’idiot savant: il programmatore di computer. E ci sfugge completamente che la grande forza di quelle stesse macchine sta nella loro capacità di adattarsi sempre di più all’uomo, non nel pretendere che sia l’uomo ad imparare il loro linguaggio.

Il che non significa che non dobbiamo imparare quello che il rapporto con le macchine ha da insegnarci in termini epistemologici (pensiamo alla differenza tra determinismo e statistica) o sociali (social network e democrazia). Ma è davvero ingenuo pensare che una forma annacquata e posh di un certo sapere tecnico possa garantirci, o garantire ai nostri figli, la salvezza, a fortiori se nella miglior tradizione passivo-aggressiva del nostro rapporto schizofrenico con la scienza quel sapere continuiamo segretamente a considerarlo banausia, incapace di trovare in sé le sue proprie ragioni, di serie B rispetto alle humanæ litteræ.

Anche di fronte a un tema grave e urgente come quello del contact tracing, dove non si gioca più con le classifiche ma si tratta di salvare o condannare vite umane, il nostro Paese non ha saputo liberarsi dalla maledizione di un fraintendimento di fondo, “sistemico”. La vicenda Immuni ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che, al netto di una variopinta armata Brancaleone di critici sgomitanti per un po’ di spazio nel dibattito pubblico, a fare i danni peggiori sono proprio gli araldi della digitalizzazione whatever it takes, i tecnoentusiasti pieni di buona volontà ma incapaci di comprendere che la diffidenza delle persone non si appunta all’oggetto digitale in quanto tale, ma nasce dalla distanza dalla vita quotidiana di uno strumento abbandonato a sé stesso.

La distanza tra il progetto digitale (tecnicamente valido) e la realtà dei protocolli sanitari, delle attese senza ragione, di una macchina organizzativa farraginosa e sempre più vicina al collasso, in altre parole dalla vita quotidiana, insieme al sospetto di politicizzazione dell’operazione in quanto tale, ne hanno segnato il fallimento. Personalmente, ho provocatoriamente sostenuto che l’uso di Immuni dovesse essere obbligatorio sia per i cittadini che per il personale sanitario (in questo secondo caso l’obbligo è stato introdotto dal Dpcm del 18 ottobre), non perché lo strumento sia perfetto ma perché, in mancanza di un vincolo di legge, gli appelli al dovere morale sono semplicemente penosi conati di Stato etico e sono comunque inefficaci rispetto al fallimento dell’azione collettiva: nessuno di noi vuole pagare in prima persona le inefficienze del sistema senza averne nulla in cambio.

Dobbiamo liberarci di questo modo di fare. Chi tra noi si occupa di digitale e di innovazione deve capire che si sta occupando anzitutto di persone, sia nel senso di comunità sia in quello di individui, e deve quindi dotarsi di sensibilità psicologica e di sensibilità politica. Deve imparare a governare una transizione perenne e ad accompagnare la società attraverso l’accadere di una storia che è prepotentemente tornata sulla scena. Futuro del lavoro, costruzione dello spazio europeo, rapporto tra sviluppo tecnologico e forza militare, identità nazionale, democrazia e comunicazione: tutte questioni legate a filo doppio con la trasformazione digitale, che senza di essa sarebbero impensabili ma che nello stesso tempo la orientano. È su queste cose che si gioca la nostra credibilità, è su queste cose che siamo chiamati ad ascoltare e a dare risposte.

Poi, nel tempo libero, possiamo anche preoccuparci di come si usa l’identità digitale.

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1 COMMENTO

  1. Sono d’accordo. È importante studiare gli interscambi tra gli uomini e la tecnologia. D’accordo anche sulla poca rilevanza dello studio del coding delle macchine. Ciò però che insegnerei è l’approccio algoritmico alla soluzione dei problemi. Un algoritmo è una procedura fatta di piccoli passi molto ben definiti, i quali poi possono essere codificati con un opportuno linguaggio di programmazione. Per essere concreti nella soluzione dei problemi bisognerebbe adottare la procedura algoritmica, la quale quindi non è una formula matematica, ma una successione ordinata di piccole azioni concrete che possono essere elencate su un foglio di carta con l’aiuto di una matita e una gomma.

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