martedì 20 Ottobre 2020

Il Pd Veneto alla ricerca della felicità

Dopo la vittoria schiacciante di Luca Zaia è più che mai lecito domandarsi ora che cosa dovrebbe fare il PD del Veneto per risalire la china. La sfida è ardua, la ricetta semplice: andare quanto prima a congresso, costruire una proposta davvero rivoluzionaria e realmente capace di parlare ai veneti, delineare chiaramente l’identità del nostro partito territoriale. Zaia ha sì vinto con quasi l’ottanta per cento ma non esistono in Veneto otto leghisti su dieci.

Per ripartire è anche necessario guarire, nel PD, dalla diffusa “Sindrome di Stoccolma” che vorrebbe la Lega di Zaia migliore di quella di Salvini: una patologia spesso utilizzata in modalità antisalviniana. Sicuramente il riconfermato Governatore del Veneto è più abile, intelligente e avveduto dell’ex Ministro dell’Interno, ma chi conosce il Veneto e chi in Veneto vive sa che al momento della prova la Lega, pur con i suoi forti dissidi interni e con l’antica e oggi ancor più crescente frustrazione contro “il centralismo lombardo”, si muove come una falange unita e forte a sostegno del suo leader, Zaia. In secondo luogo, va sottolineato che il “Presidente” racchiude in sé la capacità di essere tutto e il contrario di tutto a seconda della convenienza. Il suo comportamento nella crisi COVID19 è stato un caso di scuola: presenza mediatica strabordante, atteggiamento istituzionale o anti-governativo alla bisogna, promozione dell’autonomia come fede assoluta senza spiegarne veramente le caratteristiche. Se poi autonomia significasse reagire alla pandemia come Fontana in Lombardia, meglio forse fermarsi qui.

Non può altresì sfuggire al Partito Democratico nazionale come la questione settentrionale, al pari di quella meridionale, sia un macigno pesantissimo sul sentiero che il governo Conte bis, poco più di un anno fa, ha intrapreso. Tralasciando l’irrilevanza di Italia Viva e il risultato oltremodo deludente dei Cinquestelle alle ultime elezioni locali, il rischio è quello, se non si corre ai ripari, di divenire largamente minoritari, perfino marginali nei territori più popolati del Nord e in quelle aree dove si concentra la maggiore produzione di PIL italiano, fatta eccezione di Milano. E si tratta della parte d’Italia che, senza fare torto a nessuno, è sicuramente più vicina all’Europa.

Come ha ben ricordato Antonio Misiani su Immagina qualche tempo fa, il Governo dalla metà di marzo 2020 con i tre decreti – Cura Italia, Liquidità e Rilancio – ha messo in campo nel Paese “un ammontare di risorse senza precedenti per fronteggiare la recessione da COVID19: 75 miliardi (4 punti e mezzo di PIL), che diventano 180 miliardi in termini di saldo netto da finanziare”. A favore di imprese, sanità, famiglie e comuni per la prima volta nella storia della Repubblica italiana sono stati resi disponibili, pur con qualche ritardo, denari a fondo perduto. Da Nord a Sud anche a partite iva e professionisti. E altre risorse arriveranno con la legge di Bilancio per il 2021. Mai prima d’ora direttamente da Roma sono giunti in Veneto, alle PMI venete, ai comuni veneti così tanti soldi e per di più in un lasso di tempo così ristretto.

Naturale quindi chiedersi perché i veneti si sentano così lontani o meglio abbandonati dal Governo centrale? E perché non lo votino. Le ragioni sono certamente antiche ma se nel 2005 il centrosinistra aveva raggiunto il 42% e oggi è quasi al 16 è forse perché manca un’agenda realmente alternativa alla proposta politica leghista (si pensi al nefasto “sì critico sull’autonomia…”), perché spesso la collocazione di rincorsa o di trincea è comoda per difendere vecchie rendite politiche e perché da tempo si è rinunciato al tentativo di costruzione di una classe politica nuova e capace di abbracciare i tanti veneti che non votano Zaia o che lo votano per inerzia. Si tratta anche di una battaglia culturale al nostro interno. Sicuramente con la battuta sui cinesi che “mangerebbero i topi” Zaia ha dato voce a ciò che si sente nei bar della nostra regione ma esiste un altro e altrettanto popoloso Veneto, non necessariamente “da salotto buono”, che avverte l’esigenza di vivere in una regione solidale, più aperta, finalmente e realmente sostenibile. Un territorio, una politica e una classe dirigente che risponda a sfide nuove, vere, moderne e rese sempre più evidenti nell’inedito lockdown mondiale del Terzo Millennio.

Tra queste: lotta alle solitudini, nuove tipi di solidarietà e Terzo Settore, nuove esigenze sociali di famiglie mononucleari, nuove realtà economiche del commercio di prossimità e delle piattaforme e-commerce, turismo a corto raggio e nelle aree interne ma con necessità di connessione alla rete e all’offerta di servizi pari ai territori più urbanizzati, recenti povertà economiche e culturali, lotta alla cementificazione e all’inquinamento, cura del territorio e nuova offerta sanitaria. Su tali questioni, inderogabili per il Veneto, la Lega di Zaia è sicuramente perdente, perché il suo primario interesse è mantenere lo status quo ed è incapace non certo di amministrare il presente, ma di sognare per realizzare, prevedere, capire il mondo che sarà. Si pensi al recentissimo dietrofront del riconfermato Presidente del Veneto sull’errore dei grandi hub per i migranti, voluti dal suo stesso partito. Non dimentichiamo che nell’immobilismo il Veneto a guida leghista ha perso il proprio sistema bancario e, purtroppo, le sue più grandi aziende – con poche eccezioni – sono state chiuse o scontano ancora una lunga ristrutturazione, i giovani scappano, i dati ambientali non lusinghieri, le infrastrutture al palo e si potrebbe continuare.

Di fronte a questo scenario il Partito Democratico del Veneto può cogliere l’opportunità di rigenerarsi davvero. A cominciare dai simboli e dalle tradizioni della nostra regione che da troppo tempo paiono quasi proprietà di una sola parte. Le rottamazioni e le lunghe analisi della sconfitta non portano fortuna, perciò: un grazie sincero a chi si è messo in gioco fin qui e un benvenuto a chi vuole mettersi al lavoro sul serio.  È una sfida dura, olimpica in tempi di Cortina2026, ma in fondo – visti i magri risultati – a basso rischio e che potrà avere successo solo se si mobiliteranno le migliori energie e si guarderà al tanto Veneto non rappresentato. Alla formazione di una classe dirigente, in primis interna al partito. E se chi se ne prenderà carico si dedicherà solo a questo. Le vittorie a Lonigo, Dolo e l’anno scorso Preganziol, ad esempio, dimostrano che, nonostante la “marea zaiana”, la serietà e il duro lavoro pagano e l’elettore lo riconosce. Nel PD Veneto ci sono già donne e uomini all’altezza di questa “lunga marcia”. Lasciamoli mettersi in cammino.


Matteo Favero è Vice Responsabile Coordinamento Programma del Pd

1 COMMENTO

  1. Caro Matteo, concordo con la tua interessante analisi e, soprattutto, con la necessità di un congresso per rifondare il PD Veneto. Questa necessità era già emersa dopo le elezioni Europee 2019, ma l’allora (e tuttora) segretario regionale non ha intrapreso questa strada, mi auguro che la intraprenda senza indugio adesso. E resta nel PD nazionale la necessità di affrontare la “questione settentrionale”, che sicuramente interessa ai componenti dell’Assemblea nazionale che vengono dal Triveneto, come tu, io e molti altri. Il Veneto sta sprofondando in tutti i sensi (spero tanto che non sprofondi anche qui a Castelfranco Veneto, dove stiamo votando per il ballottaggio del Sindaco) e il PD non può semplicemente stare a guardare.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore, inserisci il tuo nome