domenica 28 Febbraio 2021

Cosa significa essere democratici nel 2021: una risposta

Ho letto con interesse l’articolo di Samuel Boscarello sul significato della parola “democratici” oggi. Parto da una sua frase per cogliere il suo sprone al dibattito e dare la mia visione. L’articolo riporta: “è vitale concepire una visione politica complessiva e organica per l’avvenire del Paese.”. Individua infatti 8 (+2) punti da cui, a suo dire, si potrebbe ripartire per dare senso compiuto all’azione politica del principale partito progressista del nostro Paese. Le proposte fatte, che hanno una visione moderna, proiettata in avanti, e trovano tutto il mio sostegno, nascono da un fondamento politico che richiama ciò che Samuel definisce come vitale: una visione politica. Nel suo caso è la cooperazione, negli anni ’90, quando è nata la nostra generazione, poteva essere l’abbraccio fatale e incondizionato al neoliberismo.

È corretto ciò che è scritto nell’articolo, cioè che la democrazia è un patrimonio fragile. Oggi, nel nostro sistema educativo, ci viene raccontata la democrazia come un’eredità dei Greci Antichi (che, probabilmente, di fronte alla nostra democrazia inorridirebbero), una conquista fondamentale del Novecento contro i sistemi totalitari, l’obiettivo da raggiungere in tutto il mondo. Eppure non è assolutamente univoca la concezione di democrazia (e quindi del sostantivo democratici). Non lo è a livello spaziale, perché nessuno potrebbe mai dire che la Svizzera, il Regno Unito e gli Stati Uniti d’America siano la stessa cosa sotto il profilo della democrazia, né lo è a livello concettuale. Chiunque ha un occhio attento verso la politica sa benissimo che non vi è un semplice rapporto biunivoco fra popolo (elettore) e classe dirigente (eletto). Ci sono una galassia di elementi intermedi (occulti e non), che intervengono su questa linea diretta, stravolgendola, attorcigliandola, facendogli cambiare direzione e stravolgendola.

Da qui sorge la grande disaffezione politica del nostro tempo: raccontare ai cittadini di essere padroni del proprio destino (politico), quando in realtà i centri del potere sono talmente tanti e talmente dislocati (e, purtroppo troppo spesso, non legittimati) che rendono impossibile trovare una affinità con le istituzioni che, a questo punto va messo in dubbio, “rappresentano” il cittadino. Cittadino che, in buona parte dei casi, manca di un’educazione collettiva (come è chiamata nell’articolo citato) alla democrazia. Non si può certo credere che l’educazione civica insegnata a scuola basti a sfondare il muro dell’egoismo e dell’individualismo che ha costruito il pensiero egemone del nostro tempo (aka l’imprenditore che, col suo solo merito, scala i vertici del mondo contro tutto e tutti). Pertanto, prima di interrogarci su cosa significhi essere democratici, bisognerebbe ricordarsi perché essere democratici.

Poiché se la mia critica alla distribuzione del potere è essenzialmente una critica di legittimità democratica, per buona parte dei cittadini la soluzione, molto più semplicemente, si riduce alla concentrazione del potere (è già successo, con risultati tragici).

Dobbiamo essere democratici perché siamo progressisti, perché abbiamo una visione ottimista del mondo che ci dà la forza e la speranza di migliorare, giorno dopo giorno, le condizioni di vita di tutte le società dell’oggi e del domani. Ma questo non basta. Per essere pienamente democratici dobbiamo avere l’onestà intellettuale di riconoscere che nella nostra società (atlantista-occidentale) la democrazia non è questo mazzo di rose che ci viene propinato.

I nostri avversari, la Destra, l’hanno capito.

Per questo hanno presa facile sull’elettorato più debole (socialmente, culturalmente, economicamente). Perché hanno saputo dare una visione del mondo che risponde ai loro bisogni. Una visione chiusa, rabbiosa, protettiva ma, al contempo, va riconosciuto, rassicurante (decreti “Sicurezza” vi dice qualcosa?). Non possiamo e non dobbiamo costruire la nostra visione politica partendo come mera opposizione e alternatività alla Destra. È sbagliato dire porti aperti perché Salvini li vuole chiusi. È giusto dire porti aperti perché riconosciamo che, nella nostra visione del mondo, la diversità è ricchezza, perché i confini sono costruzioni umane che un giorno sogniamo di eliminare, perché i diritti alla vita e alla libertà trascendono la contingenza di un dato momento storico.

Servono proposte, certo, convincenti soprattutto per l’elettorato che perdiamo giorno dopo giorno, da tutte le parti (anche e soprattutto fra il ceto medio). Samuel ne ha individuate 10. Partiamo da quelle, vanno benissimo. Hanno una visione del mondo alle spalle che secondo me è propria del nostro mondo politico. Osiamo ancora di più. “Abolire la povertà”, il tanto vituperato slogan del M5S, è la più grande battaglia di sinistra che si possa mai fare. Certo, non si fa con i navigator, ma possiamo farlo se mettiamo in campo delle proposte coraggiose che partono da una visione del mondo chiara.

Oltre alle proposte, però, serve scrollarsi di dosso il ruolo di difensori dell’ordine costituito, perché questo ordine del mondo non ci appartiene, anzi lo riteniamo storto e disfunzionale (diseguaglianza, inquinamento, guerra, povertà, ecc…). Dobbiamo avere l’ardire di propugnare un nuovo ordine del mondo, una nuova società. Lo dobbiamo al Sud del Mondo, lo dobbiamo a chi lavora a nero in assenza di sicurezza la notte per portare il pane a tavola ai propri figli, lo dobbiamo alle generazioni che verranno dopo di noi.

Abbiamo questo coraggio, democratici?

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