Un Paese capace di integrare, ecco l’Italia che vorrei

Questa nuova piattaforma è una bella iniziativa. E uno spazio interessante di confronto, di discussione, di riflessione. Ne pongo una che oggi è importante ma lo è ancora di più per il domani. Avete chiesto, prima di tutto ai giovani, di aiutare a immaginare l’Italia. Ma il nostro paese è tutt’altro che un paese per giovani.

A confermarlo ci sono le statistiche dell’Istat, gli ultimi dati sono stati pubblicati a febbraio di quest’anno e si riferiscono al 2019. I giornali ne hanno parlato. Alcuni lanciando anche l’allarme. Su 60,3 milioni di residenti, l’età media è di 45,7 anni. Il numero di abitanti è “in calo per otto anni consecutivi”, rileva l’Istituto Nazionale di Statistica. Su 60,3 milioni di italiani oggi l’8,9 per cento è rappresentato da stranieri. Le nascite non sono mai state così irrisorie. Nel 2019 il ricambio naturale è stato il più basso dal 1918, 435 mila nati vivi. L’80,4 per cento da madri italiane, ma quasi il 20 per cento – una percentuale consistente – da madri straniere.

Metto da parte, per ora, le istanze di milioni di giovani italiani – precari e sempre più spesso rancorosi – per concentrarmi su un tema. È difficile immaginare un’Italia migliore, dopo il virus, se la politica – mi riferisco ai progressisti – non si assume finalmente la responsabilità di avviare riforme, finora, rimaste lettera morta. Lo scorso autunno si è aperta una breve fase di dibattito e di scontro sul tema dello ius culturae. Che però non ha portato ad alcun risultato.

Credo che con la pandemia stiano emergendo sostanziosi problemi sociali ed economici. Pesano le disuguaglianze e tante, oggi più che mai, sono fortemente radicate. Per questo, se non si interviene, prima che sia troppo tardi, sarà difficile estirparle.

Ecco, quando penso all’Italia del post coronavirus immagino un paese finalmente in grado di fare delle scelte progressiste. Un paese che ha aperto gli occhi sulla ricchezza che rappresentano milioni di uomini, donne, bambini e giovani stranieri. In questo presente incerto – ben prima della pandemia – sono stati loro ad aiutare la nostra demografia e a sostenere in tanti settori la nostra economia.

Partendo dall’accoglienza, l’Italia post-coronavirus vorrei che fosse capace di integrare. L’integrazione deve essere una priorità. Dallo ius culturae (meglio ancora lo ius soli) e dalla eradicazione del caporalato e del lavoro nero, attraverso la regolarizzazione degli stranieri, l’Italia potrà solo guadagnarci. Crescendo culturalmente.

E, magari, perché no, fungendo da modello per tutta Europa. Questa piattaforma potrebbe essere lo spazio ideale per avviare tale dibattito, portandolo, mi auguro, fino in fondo.


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